fotografia

Claudio Palmisano

Claudio Palmisano – selfie

E’ ormai diventata una consuetudine che, in occasione della proclamazione dei vincitori del World Press Photo, le polemiche siano le vere protagoniste. Gli esperti indipendenti che hanno esaminato le foto hanno rilevato diverse difformità in molti file e le hanno sottoposte alla giuria. Sono state squalificate il 20% delle immagini inviate perché considerate non in linea con il regolamento del concorso sulla post produzione in quanto ritoccate al punto tale da alterarne il contenuto.

In questa domanda e quindi nelle affermazioni da parte della giuria di WPP, ci sono troppe cose sottintese: “difformità”, “non in linea”, “alterare il contenuto” sono termini da definire e dovrebbero fare riferimento ad uno “standard”.

Spesso si sottintende che queste “difformità” od alterazioni siano nei confronti della realtà ma la fotografia in sé, non è la realtà, al massimo può provare a rappresentarne solo una piccola porzione.

Questa ossessione di confrontare la realtà, il negativo (RAW) e la stampa finale è il nodo del problema. La maggior parte delle esclusioni è avvenuta perché il paragone tra RAW e stampa finale metteva in evidenza, secondo i giudici, troppe differenze. Chi stabilisce che il RAW sarebbe più aderente alla “realtà” della stampa interpretata dal fotografo?

La fotografia, nella sua stessa definizione, è composta da ripresa, negativo e stampa: tre fasi imprescindibili. Quando alcune fasi si uniscono, come nella fotografia “istantanea”, uno smartphone o una vecchia Polaroid, è solo perché qualcun altro ha preso delle decisioni al posto nostro. Gli ingegneri Apple o i chimici Polaroid hanno standardizzato il processo di sviluppo e stampa imponendo di fatto uno stile ben preciso. Quando invece noi controlliamo tutte le fasi, abbiamo la possibilità di decidere il nostro stile. Si scatta per sviluppare e si sviluppa per stampare; Ansel Adams stesso, pioniere della fotografia moderna, inventore del sistema zonale, ammetteva che non era una sua idea ma la semplice codifica dei principi della sensitometria. L’idea quindi che meno si lavora sul negativo e più questo rappresenti la realtà non ha senso.

I detrattori della fotografia digitale puntano il dito sul fotoritocco, come vera piaga della fotografia contemporanea, dimenticando però che anche nell’era della fotografia analogica il foto-ritocco era utilizzato regolarmente. Sarà pure una domanda ricorrente ma utile a ribadire il tuo pensiero.

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Augusto Pieroni – Fotografia e Creatività

Ringrazio Augusto Pieroni per avermi concesso quest’intervista. 05-feb-2015

foto © gabriele fasulo
foto © gabriele fasulo

Nella prefazione del suo libro “Leggere la fotografia” dichiara che nella sua ventennale attività didattica tende a seguire il modello indicato dall’adagio di Mao: «se vuoi fare un favore all’uomo, non regalargli un pesce, ma insegnagli a pescare». È possibile, mi chiedo, insegnare o dare delle indicazioni per diventare creativi?

Insegnare no, offrire indicazioni penso proprio di sì. È un lavoro davvero interessante, fatto di un accumulo di informazioni, esperienze, esempi positivi e negativi. Ci vuole generosità, soprattutto, ma anche pazienza, curiosità, abilità e – strano da dire per uno come me – sintesi. Non è un lavoro istruttivo, ma esplorativo; io non posso mai sapere esattamente di cosa parlerò prima di ogni incontro. I lavori in corso, gli autori che stanno crescendo, i processi creativi in atto, le novità cognitive: questi sono argomenti che possono essere trattati ogni volta in modo differente.

Molti fotografi amatoriali sognano di diventare professionisti in campo creativo, ma alcuni sostengono che essere creativi è un dono di pochi privilegiati. Il processo per diventare più creativo rende un fotografo più tecnicamente abile? E, un fotografo, senza padronanza tecnica, può diventare creativo?

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